Storia e uomini d’altri tempi
Lo scontro tra mons. Enrico Nicodemo e il sindaco di Bari sen. Giuseppe Papalia durante la processione di S. Nicola nel 1960 PDF Stampa E-mail
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Scritto da Luigi P. Marangelli   
Lunedì 30 Giugno 2014 11:59

In precedenza, l’8 maggio 1960, alla processione di San Nicola a Bari, si era verificato un episodio che ebbe vasta risonanza nazionale[1]. Da un microfono, nelle vicinanze del Moletto San Nicola in una giornata piovosa, l’Arcivescovo mons. Enrico Nicodemo, quando la processione era giunta al termine con la presenza di Sindaco socialista on. avv. Giuseppe Papalia e giunta, dichiarava:

La partecipazione del Sindaco e di membri della Giunta socialcomunista alla messa in Piazza Mercantile e alla Processione, non solo non è stata richiesta e non è gradita… come è stato fatto sapere al Sindaco in via confidenziale…

La Gazzetta del Mezzogiorno del 9 maggio titolava: «L’Arcivescovo sottolinea con una pubblica dichiarazione l’incompatibilità della presenza del Sindaco e della Giunta socialcomunista alle cerimonie sacre».

L’alto prelato si richiamò al decreto del Sant’Uffizio del 1 luglio 1949 (scomunica dei comunisti). Ma con il suo pontificato, S.S. Giovanni XXIII chiedeva una maggiore attenzione della Chiesa agli uffici religiosi e una minore intromissione nella politica.



[1]    Cfr. Senato della Repubblica, III Legislatura, 248a Seduta pubblica, Interpellanza relativa al comportamento del Vescovo di Bari, pagg. 11852-11870.

 
I sindacalisti della Cgil di Conversano allontanati dalla Cattedrale PDF Stampa E-mail
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Scritto da Luigi P. Marangelli   
Giovedì 29 Maggio 2014 07:29

Il 29 dicembre del 1960 in occasione del XXV anno di episcopato, alla messa solenne in cattedrale furono invitate autorità, associazioni e sindacati tra cui, inaspettatamente, la Cgil. Il segretario Domenico Bolognino, con i compagni Pietro Grasso e Nicola Nardomarino, orgogliosi del prestigioso riconoscimento, presero posto di fronte all’altare, con la bandiera rossa ripulita con deferente ossequio della falce e martello. Ma quando il presule li notò inviò don Peppino di Candia ad imporre loro di uscire. A nulla valse l’esibizione dell’invito scritto: c’era stato un errore. I comunisti ammainarono le insegne e, indispettiti e umiliati coram populo, si allontanarono. Nell’udienza di qualche ora dopo, mons. Falconieri troncò le rimostranze di Bolognino e Nardomarino per l’onta subita di fronte alla cittadinanza nonostante l’invito: «Il solo tutore della Chiesa sono io». Bolognino e Nardomarino se ne andarono con le pive nel sacco e incassarono, per giunta, le recriminazioni di Pietro Grasso, contrario all’udienza dal Vescovo e favorevole a scatenare una protesta sui quotidiani come avvenuto per analogo episodio a Bari. 

 
L’epilogo della lotta tra democratici e stalinisti PDF Stampa E-mail
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Scritto da Luigi P. Marangelli   
Giovedì 10 Aprile 2014 09:21

Nel consiglio comunale eletto nel 1952, il gruppo dei comunisti era composto da Oronzo Marangelli, Giuseppina L’Abbate, Giuseppe Teofilo, Giuliano Lorusso e Domenico Bolognino. I primi tre di linea democratica, diciamo “antistalinista”, mentre gli ultimi due facevano capo alla corrente “stalinista”. Il capogruppo Marangelli ebbe con costoro dure contrapposizioni che culminarono il 5 marzo del 1953 allorché non volle commemorare la morte di Stalin che pur vedeva la partecipazione ai funerali a Mosca di Pietro Nenni segretario del Psi e premio Stalin per la pace. Nel 1954 dopo la denuncia del culto della personalità del dittatore russo, il premio cambiò la denominazione in “Premio Lenin per la pace”. Nel 1956, al XXII congresso, ancora Krusciov denunciò i crimini di Stalin.

Tra l’altro O. Marangelli non espose la bandiera abbrunata come invece fece la sezione del Psi. Il 3 aprile 1953 rassegnò le dimissioni da consigliere comunale “per dissensi col gruppo di appartenenza”. Un evidente grave atto politico.

Nel 1953 altro duro scontro tra Dc e Pci-Psi sulla cosiddetta “Legge truffa”. In base ad essa al partito che avesse conseguito almeno il 50% più un voto sarebbe spettato il 65% dei seggi parlamentari. Altro successo, sotto la guida del segretario Marangelli: il Pci di Conversano riportò il 26,5 % al di sopra del dato nazionale. Nel 1954 O. Marangelli si ritirò dalla politica. Fu espulso dal partito in sordina.

In questo periodo, per questioni amministrative fu estromesso il segretario della Cgil di Conversano: il quaderno con gli incassi delle tessere era indecifrabile per estese macchie di inchiostro. Era il solo incarico che prevedeva la retribuzione. Il papabile era Teofilo che già era segretario della Lega industria. Ma si candidarono L’Abbate e Bolognino. La spuntò quest’ultimo. Teofilo lasciò il Pci ed entrò a far parte dell’entourage di Michele Di Giesi, leader della sinistra riformista nel Psdi. Giuseppina L’Abbate, nominata alla segreteria al posto di Marangelli, nel 1955 fu esautorata e sostituita da Vito Zupa fervente stalinista. Non era gradita la presenza di compagni con titolo di studio dal diploma in su e si pose termine alle lotte a favore delle donne. E restarono senza oratori per i comizi fatti poi, coraggiosamente, in dialetto.  

Nel marzo del 1956, Bolognino e Grasso, contrariamente alle direttive della Federazione, organizzarono l’occupazione del Municipio per il ritardo nella erogazione del sussidio di disoccupazione. L’abbondante nevicata aveva ridotto alla fame i disoccupati. Ma tutto si risolse in un bivacco per le scale senza riuscire ad interrompere i servizi comunali per l’intervento dei carabinieri. Furono tutti processati ma non ebbero il patrocinio del Pci e della Cgil. Per l’accusa di adunanza sediziosa furono difesi d’ufficio dall’avv. Giuseppe Ferrari, monarchico. Solo uno fu condannato con la condizionale per aver profferito parole blasfeme contro i morti di un carabiniere. Il Pci subì una debacle alle amministrative del 1956 passando dal 22 al 17 %.

Il prof. Matteo Fantasia non ebbe l’appoggio del Vescovo alle politiche del 1958. Eppure era attento ai precetti religiosi. Egli stesso commenta, in terza persona, attribuendo al  Vescovo il suo insuccesso:

Indubbiamente gli venne meno il sostegno ufficiale del mondo cattolico, soprattutto della Diocesi, che abilmente manovrata dal Vescovo Falconieri distribuì le preferenze tra i candidati della lista Scudo Crociato, specialmente a favore degli uscenti. (Fantasia 1982: 55)

E venne così eletta al Parlamento la sua rivale ins. Maria Miccolis di Castellana Grotte, forte del sostegno di mons. Falconieri.  

 
Lo sgarbo a mons. Gregorio Falconieri PDF Stampa E-mail
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Scritto da Luigi P. Marangelli   
Martedì 18 Marzo 2014 14:56

In occasione dei 25 anni di episcopato i fedeli donarono al Presule una Giulietta Alfa Romeo. Quando lasciò l’Episcopio nel 1964, per motivi di salute, intendeva portarsela a Nardò, ma elementi della segreteria della DC conversanese obiettarono che anche se intestata a lui la vettura doveva ritenersi proprietà della Diocesi. Il vescovo a questo punto, indispettito, decise di donarla al suo autista. Le ostilità traevano origine dall’ostracismo, giunto al culmine nelle elezioni del 1958, verso il conversanese Matteo Fantasia che, nel suo percorso politico, non aveva avuto il sostegno di mons. Falconieri.

Ultimo sgarbo alla persona di un vescovo che tanto si era prodigato per Conversano. Uomo del suo tempo.

Mons. Cosmo F. Ruppi[1](AA.VV. 1990: 54-57) dice del Vescovo:

è vissuto nel fascismo e nel post-fascismo [...] Vi sono pagine degli anni ‘50 che andrebbero esaminate attentamente, anche per verificare quanto errato vi era in alcuni suoi detrattori. [...] Nessuna meraviglia che il suo governo, molto personale, sia stato un governo efficace, anche se qualche volta non compreso. [...] è intervenuto sempre discretamente, ma efficacemente, nelle vicende di questa Città, orientando decisioni, consensi, ma anche rettificando, laddove era necessario, comportamenti e giudizi. Non ha governato al di sopra del tempo ma è entrato nel tempo e lo ha percorso interamente con fatica.                     

Una veritiera e franca descrizione dell’operato di mons. Gregorio Falconieri.



[1]   Cosmo F. Ruppi (Alberobello 1932-2011). Ordinato sacerdote nel 1954 da mons. Falconieri a Conversano. Fu vescovo di Termoli e Larino dal 1980 al 1988 e, dal 1988 al 2009, arcivescovo metropolita di Lecce. Presidente della Conferenza Episcopale Pugliese dal 1999  al 2008.

 
La primavera di Conversano(1950-1954) PDF Stampa E-mail
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Scritto da Luigi P. Marangelli   
Venerdì 07 Febbraio 2014 18:36

Sessantadue anni fa per la prima volta sedeva in Consiglio comunale una donna, Giuseppina L’Abbate, eletta nella lista Garibaldi del PCI di Conversano nelle amministrative del 1952. Da Pci e CGIL fu dato particolare rilievo ad un’importante categoria: le donne lavoratrici in generale. Non veniva rispettata la legge sulla tutela fisica e morale della lavoratrice-madre. Le ragazze che si sposavano venivano licenziate dagli industriali. Le donne erano discriminate nei salari rispetto agli uomini, non si riconoscevano i diritti civili e morali sanciti dalla Costituzione.

Si stabilì di determinare la «Carta dei Diritti della Donna italiana e della donna lavoratrice» per il riconoscimento dei diritti democratici, civili, economici, sociali della donna. Il professore Oronzo Marangelli, segretario della locale sezione del PCI di Conversano, affidò all’insegnante Giuseppina L’Abbate l’incarico di sensibilizzare ed organizzare su questi problemi le donne di Conversano. Dette rilievo ai problemi connessi alla condizione femminile. Anche se andava controcorrente. Tale linea, infatti, non era bene accetta dai militanti della sinistra. Fin dai primi giorni del 1946 si ebbero nel Paese cortei di reduci disoccupati che chiedevano il licenziamento delle donne lavoratrici per far posto agli ex-combattenti. In aprile anche a Bari, questi, inalberando cartelli con richieste analoghe, costrinsero tutti i negozi a chiudere, saccheggiarono una cooperativa democristiana e tentarono di appiccare il fuoco al portone della Prefettura.

 
La Grande Guerra Il contributo patriottico di Conversano PDF Stampa E-mail
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Scritto da Luigi P. Marangelli   
Domenica 02 Febbraio 2014 13:56

Nel 1914 ebbe inizio la I Guerra Mondiale tra gli Imperi centrali (Austria, Germania e Ungheria) e i paesi della Triplice intesa (Francia, Inghilterra e Russia). Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra a fianco della Triplice. Lasciamo parlare O. Marangelli, un testimone del tempo da sempre pacifista.

Prima che la guerra tra l’Italia e l’Austria fosse dichiarata, Conversano, nell’entusiasmo generale, visse momenti di trepida attesa. Il popolo tutto voleva la guerra senza distinzioni di partiti, i quali possiamo dire non esistevano ancora e le divisioni si riducevano a un semplice carattere locale. Il sabato della Madonna della Fonte, precedente appunto di pochi giorni la dichiarazione di guerra, la presenza del noto socialista Giuseppe Di Vagno, sostenitore del non intervento, suscitò un moto di indignazione, e al suo indirizzo fu gridato: Evviva la guerra, abbasso l’Austria, ecc… Il tafferuglio che ne seguì fu subito sedato dall’intervento della forza pubblica che operò qualche arresto. Ma l’aere era pregno e il 24 Maggio fu salutato a Conversano con manifestazioni di giubilo. E l’avanzare dell’esercito nostro fino alle frontiere fece delirare il popolo fiducioso nelle sorti della guerra. Le madri incoraggiavano i figli e questi, col loro entusiasmo, facevano ben sperare nell’esito finale. Il trasformarsi poi della guerra di movimento in quella di posizione, il prolungarsi a tempo indeterminato delle operazioni, il rilevante numero di vittime del ferro nemico, non scoraggiavano la nostra città. La presa di Gorizia fu salutata come un lieto auspicio di prossima fine, non già per stanchezza dovuta al protrarsi della guerra ma per la imminente risoluzione di un conflitto le cui ragioni erano completamente a nostro favore.

E venne la durissima prova della guerra di trincea che trovò il popolo italiano saldo nella fede sicura della vittoria finale, e Conversano accolse e fece suo in tutta la sua interezza il motto d’allora: resistere e vincere. Le opere di assistenza si moltiplicarono, le autorità civili e religiose prestarono tutte la propria opera a beneficio dei combattenti e del popolo; l’ospedale civile si trasformò in militare e accolse centinaia di feriti; al convento dell’Isola furono assicurati i prigionieri austriaci, e una infinità di profughi furono sistemati come meglio non si poteva. Non mancarono, è anche vero, i denigratori, i disertori, elementi però che in Conversano allignarono poco ed ebbero una caccia spietata da parte degli stessi cittadini che collaboravano attivamente con la polizia nello scovare coloro che avevano abbandonato il posto di combattimento. Un sentimento di disprezzo ci vieta di fare i nomi di costoro. Al contributo umano non indifferente che Conversano sacrificò sul campo di battaglia, c’è da aggiungere quello finanziario, poiché la nostra città concorse in larga scala ai prestiti. Non vanno dimenticate, inoltre, l’opera che anche nelle scuole fu svolta a favore della Croce rossa italiana e le attività assistenziali.

Oltre duecento cittadini conversanesi trovarono la morte sul campo di battaglia e i loro nomi, a eterno ricordo, si leggono incisi su più lastre di pietra al Monumento ai caduti.                                                          (Marangelli 1931: 76)

Nelle città si videro donne tranviere e operaie in fabbriche impegnate in lavori prettamente maschili assolti egregiamente. 

Negli anni successivi quella che era chiamata “La villa vecchia” divenne “Parco della rimembranza”, come in altre città. Sulle targhette di ferro smaltato bianco apposte su ciascun albero c’era il nome di un caduto in guerra.     

 
La condizione femminile PDF Stampa E-mail
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Scritto da Luigi P. Marangelli   
Martedì 14 Gennaio 2014 15:51

Negli anni Cinquanta particolare rilievo fu dato ad un’importante categoria: le donne lavoratrici. Non veniva rispettata la legge sulla tutela fisica e morale della lavoratrice-madre. Le ragazze che si sposavano venivano licenziate. Le donne erano discriminate nei salari rispetto agli uomini. Non si riconoscevano i diritti civili e morali sanciti dalla Costituzione. Si stabilì di determinare la Carta dei Diritti della Donna italiana e della donna lavoratrice per il riconoscimento dei diritti democratici, civili, economici, sociali della donna (Di Vittorio 1952: 38).

Oronzo Marangelli affidò all’insegnante Giuseppina L’Abbate l’incarico di sensibilizzare ed organizzare su questi problemi le donne di Conversano. I giovani la ricordano ancora oggi allorché, issata su un tavolino, teneva i comizi nei rioni ove mancava acqua e luce e propugnava la parità dei diritti tra uomo e donna a quei tempi poco sentita, anzi ostacolata dai compagni.

Con ammirevole solerzia e passione Ida Del Vecchio, comunista, si prodigava girando per l’Italia con comizi in sostegno dei diritti delle donne. A Conversano spesso teneva assemblee e conferenze nei locali della sezione che si rivelavano insufficienti a contenere l’affluenza strabocchevole di donne, che galvanizzate, denunciavano i problemi connessi alla loro condizione. Era collaboratrice di “Noi donne”[1]. A lei, insegnante elementare romana dai modi dolci e gentili, oggi è intestato un circolo didattico a Roma. Una donna eccezionale che ha dato molto per la causa femminile.

Nel 1952, le amministrative videro un duello comiziale tra il democristiano Fantasia e Marangelli. Questi mai si scagliò contro la gerarchia ecclesiastica. Anzi tra Gregorio Falconieri e Oronzo Marangelli c’era gran rispetto. Si combattevano le idee, non le persone. Il comunista consigliava ai “demoni-cristiani“ di attenersi ai principi del Vangelo, a lui ben noti per essere stato seminarista per sette anni.

Nei comizi Fantasia trattava temi come quello dei prigionieri italiani non ancora rimpatriati dalla Russia per i quali si lasciava andare a pianto dirotto. Usava sovente toni di una «inaudita violenza», come ricorda il senatore comunista Giovanni Papapietro (AA.VV. 1995: 51).

Matteo Fantasia afferma che nelle elezioni del 1952 il Vescovo Falconieri prese parte alla competizione elettorale con un volantino datato 20 maggio 1952, nel quale invitava a votare “per quella lista o quel candidato che meglio garantisce l’osservanza e la tutela delle leggi di Dio e della Chiesa, secondo la sana tradizione della nostra regione”. (Fantasia 1982: 40) 

Il Pci conseguì un successo con la lista Garibaldi riportando il 22,1%, ben al di sopra del risultato nazionale.

In queste amministrative, nella capitale, Papa Pio XII intendeva imporre ad Alcide De Gasperi l’apparentamento della Dc con Msi e Monarchici pur di evitare una paventata vittoria dei comunisti (Operazione Sturzo)[2], che avrebbe visto i cosacchi su piazza San Pietro.



[1] “Noi donne”, rivista mensile fondata nel 1944, organo dell’Unione Donne Italiane, ha ospitato le principali voci del femminismo italiano. Si ricordano: C. Ravera, N. Gallico Spano, A. M. Ortese, M. Duras, Giovanna Pajetta, U. Eco, G. Rodari, M.A. Macciocchi, Ellekappa, F. Fossati, P. Carra.

[2]   A. De Gasperi si oppose, ma pagò a caro prezzo la disobbedienza. Quando la figlia vestì l’abito monacale, S.S. Pio XII rifiutò di riceverlo.  

 
L’”affaire” della 167 - Legge per l’edilizia popolare PDF Stampa E-mail
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Scritto da Luigi P. Marangelli   
Mercoledì 08 Gennaio 2014 09:11

Negli anni Sessanta fu varato il Piano per l’edilizia popolare (Legge 167). A Conversano si costituirono cooperative sponsorizzate da cordate di partiti, principalmente Dc e Psi. Comitati di affari. Aspri furono i contrasti all’interno dei partiti al potere. Si adoprarono con gran lena consiglieri comunali per favorire amici e compagni onde evitare l’esproprio di terreni. I disinvolti amministratori del Comune risolsero gran parte del problema mettendo l’occhio su via Casamassima ove c’era la manna di ben 12.000 mq di cui si attribuì la proprietà ad O. Marangelli. Invece il terreno era della moglie, Teresa de Plato, che lo aveva comprato nel 1944 (Atto del notaio Fanelli n. 6999 del 28.07.1944), con la vendita di suoi beni a Foggia. Come se lo trovava? Cominciò la calunnia: “utili e vantaggi” di un opportunista fascista, per rispondere alle critiche per l’abnorme estensione del terreno espropriato.

Ma il vecchio Piano regolatore toccava il terreno di notabili in via Bari, per cui ne venne architettato uno nuovo che lo stravolgeva redatto da tecnici di Bari. Parere avverso a tale Nuovo piano espressero, con un documento diffuso nel gennaio 1978, gli Ingegneri, Architetti e Geometri di Conversano.

I sindaci dell’epoca che si batterono per il Nuovo PRG, furono: Michele Lorusso, detto Lino, del Psi (1975-1978) con giunta Psi-Pci-Psdi che avviò la discussione, ma trovò l’opposizione di Filipponio (Psdi). Successivamente, l’ex Dc, Domenico Macchia, del Psi (1978-1980) con giunta Psi-Pri-Pci portò a compimento l’approvazione del contestatissimo Nuovo P. R. G.. L’11 febbraio 1980 ebbe 15 voti a favore e 14 contro (Dc, Psdi, Msi). Ma tre consiglieri del Psi (L. Lovecchio, S. Manchisi e Michele Lorusso) e uno del Pci (ing. Andrea Lorusso) si defilarono motivando l’assenso “solo per disciplina di partito”. All’interno del Psi e Pci lo scontro fu durissimo contro le decisioni dei vertici. Il professore Domenico Macchia dopo aver diligentemente svolto il lavoro sporco impostogli dal partito fu estromesso da ogni carica dirigenziale. 

I sindaci che gestirono la realizzazione della 167 furono: Luigi Frassanito del Psi (1980-1982) con giunta Psi-Pci; Giuseppe Di Vagno del Psi (1982-1985) con giunta Psi-Dc; Giulio Stano, genero di Fantasia, della Dc (1985-1988) con giunta Dc-Psi. Nessun partito oggi ne mena vanto.

Gli anni Ottanta segnarono il boom edilizio pubblico e privato a Conversano. Non pochi amministratori ed esponenti politici vantavano un variegato curriculum: dal Msi alla Dc e addirittura al Psi, o dalla Dc e Pc al Psi. La domenica mattina, in Piazza XX Settembre, azzimati nell’abito buono, i detentori del potere, con sussiego, intrattenevano crocchi di supporters che si accalcavano per ossequiarli. Vari personaggi politici, seguendo la moda, andarono a vivere in nuovi, eleganti villini o trasformarono la vecchia casa in lussureggiante villa o avviarono attività edilizie.  

 
Conversano, 30 maggio 1921 PDF Stampa E-mail
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Scritto da Luigi P. Marangelli   
Domenica 05 Gennaio 2014 16:38

Nelle elezioni per il Parlamento del 15 maggio, il tribuno conversanese fu candidato nel Psi. Ma nella città natale non poté tenere alcun comizio. Contro di lui si scatenò la ridda di maldicenze in circoli, nelle botteghe che gravavano su piazza XX Settembre e nelle parrocchie. Non furono risparmiate neppure la madre, la sorella e la moglie. Fu raggiunto lo scopo prefisso con ogni mezzo non esclusa la violenza e le minacce. A Conversano appena in 22 lo votarono. Neppure i parenti! Ma nel Collegio di Bari-Foggia ebbe oltre 75000 preferenze e risultò eletto. La pagherà cara. Lasciamo parlare O. Marangelli:

Nelle elezioni del Maggio 1921, per quello che era avvenuto precedentemente a Conversano il socialismo, virtualmente ridotto ai minimi termini, ebbe pochissimi voti e il Di Vagno, che si era presentato candidato, riuscì eletto con appena sei voti della città natia. Ciononostante il giovane tribuno pochi giorni dopo si presentava a Conversano per ringraziare il popolo col favore del quale era stato eletto alla camera...  Annunziò un pubblico discorso per la sera del 30 invitando i suoi compagni di fede e quanti simpatizzavano per lui ad intervenire compatti ad una nuova dimostrazione di forza. Con la sua parola facile e convincente, con la sua presenza aitante, fulminando gli avversari con epiteti di derisione, conquideva il popolo che acclamava entusiasta il deputato concittadino. Naturalmente ai fascisti presenti non potevano suonare graditi quegli appellativi e poi il 25 febbraio, di cui attribuivano la colpa al Di Vagno, era di fresca memoria. Minacciando poi il neo deputato per non voler smettere quel tono esasperante, si incominciò a disturbarlo con voci ostili al suo indirizzo. [...] Di Vagno fu fatto scendere dal tavolo su cui parlava, e fra urti e spintoni, fra gli strilli e gli urli poté mettersi in salvo, mentre la lotta tra i cittadini si inaspriva e la forza pubblica era incapace di contenere la marea. Il sole calante mandava i suoi ultimi raggi, come ad accarezzarli nel bacio della morte, a due che colpiti a morte erano stramazzati al suolo: il fascista Emilio Ingravalle e il socialista Cosimo Conte. (Marangelli 1931:80)

Secondo altra versione il comizio si svolse in tutta calma con l’oratore che aveva toni concilianti. Sembrerebbe che Di Vagno avesse appagato la sua ambizione con l’elezione a deputato, dando ragione ai suoi detrattori. Con un buco tra la fine del discorso e l’arrivo a casa del deputato accompagnato dalle forze dell’ordine.

Quella di Marangelli è la più bella pagina in cui viene descritto un giovane gagliardo che va a sfidare, nella tana del lupo, quelli che saranno poi i suoi aguzzini. Per bocca di Di Vagno sfoga il suo rancore verso i fascisti. A noi appare più plausibile quest’ultima.

Il povero giovane Emilio Ingravalle che si prodigava per pacificare gli animi fu ucciso, pare, da fuoco amico della squadraccia di Caradonna. Il bracciante Cosimo Conte, inseguito e bastonato, fu finito, con una pistolettata sparatagli a bruciapelo quand’era a terra, da Michele Fanelli di Conversano. Era tra i più attivi nello sciopero del 25 febbraio contro i preti. Lasciava moglie e sei figli.

 

Anche la causa di tali crimini fu attribuita all’on. Di Vagno. Benito Mussolini, il 2 luglio sul Popolo d’Italia propose alle forze politiche un patto di pacificazione che sarà accettato dai socialisti il 2 agosto. Violante dice che Di Vagno era contrario.

Il processo svoltosi a Bari, il 21 novembre 1922, mandava tutti assolti compreso Michele Fanelli, detenuto, imputato dell’omicidio di Cosimo Conte. 

Nel processo ripreso presso la Corte di Assise di Bari il 12 ottobre 1945, Michele Fanelli, contumace, riportò una condanna a 15 anni. La Suprema Corte, dietro ricorso del predetto, il 15 luglio 1948 accoglieva la tesi dell’omicidio preterintezionale che prevedeva l’amnistia. 

 
Il Fascio di Conversano PDF Stampa E-mail
Conversano - Storia e uomini d’altri tempi
Scritto da Luigi P. Marangelli   
Martedì 17 Dicembre 2013 09:29

(Un clima di odio e di vendette)

Conversano, sede vescovile, era alla ribalta della cronaca per disordini, violenze e omicidi politici dal primo sorgere del Fascio di combattimento a novembre del 1920. Esso, come dice Marangelli,

... Fu una filiazione del fascio dei partiti dell’ordine che, oltre a dare il locale e gli elementi giovani, dal suo seno fece uscire il primo presidente Donato Lorusso. In questi si sperava per un ampio finanziamento e per la sua indole incapace di patire soprusi e pronto a rispondere con la violenza alla violenza. Infatti il Lorusso, oltre a donare il gagliardetto del costo di oltre seicento lire, diede un impulso vitale alle prime manifestazioni. (Ibidem 1931: 83)                                                                   

Parole che addossano gravi responsabilità a Donato Lorusso (del ramo dei Gardidd) detto “Il saponaro”. Durante la sua conduzione si verificarono i gravi fatti del 25 febbraio e 30 maggio 1921. Furono anche organizzate spedizioni punitive nei paesi vicini ove governavano i rossi come a Putignano, Casamassima e Noci. La Camera del lavoro di Conversano subì un incendio ad opera di fascisti prima delle elezioni del 15 maggio 1921. In seguito ai fatti del 25 febbraio molti contadini vennero arrestati e imputati di mancato omicidio, attentati alla libertà di lavoro e di culto nonché di lancio di bombe a mano. A Conversano, il 30 maggio, il fascio conversanese dette una prova di violenza per essere riuscito a disperdere una folla immensa che ascoltava la parola vibrante dell’on. Peppino Di Vagno e provocato due morti. Subito dopo, nel giugno, Donato Lorusso si eclissò rifugiandosi in Brasile ove fece fortuna. Al ritorno costruì Villa Filomena sul Viale della Stazione, oggi Villa Rosa.

Quindi la presidenza passò ad Ettore Lo Vecchio Musti che incrementò il numero di iscritti che da appena una settantina duplicò e triplicò. Subì il carcere in seguito all’omicidio di Di Vagno. Questo tragico episodio minò le sorti del fascismo pugliese che entrò in crisi. Solo per poco. Durante il congresso (7-11 novembre 1921) a Roma il Movimento fascista si trasformò in Partito nazionale fascista. Leggiamo ancora nella Storia di Marangelli:

Oltre cinquanta fascisti di Conversano parteciparono, ai ventiquattro di ottobre, alla grande manifestazione di Napoli che doveva preludere alla Marcia su Roma [...] La notizia dell’assunzione del potere da parte del Duce, li aveva preceduti. L’esultanza dei fascisti a Conversano proruppe formidabile agli ultimi di dicembre 1922, quando gli ultimi sedici imputati del processo Di Vagno furono messi in libertà. Dalla stazione furono portati come in trionfo tra fiaccolate al grido di “Evviva il 25 settembre”. Per tutti ringraziò dal balcone di casa sua Vitantonio De Bellis.                                (Marangelli 1931: 85)

Durante il Ventennio il clima di odio e di vendetta tra fascisti e socialisti non si sopì, tutt’altro. Si costituì la M.V.S.N. e la Centuria nel 1923. Il 30 marzo 1925 fu ucciso a coltellate il fascista Vitantonio Martinelli. In uno scontro tra le fazioni opposte nello stesso anno intervenne proprio il can. Giuseppe Bolognini che convinse i socialisti, allorché avevano sopraffatto i loro avversari, a desistere da ulteriore spargimento di sangue fraterno. Hanno ubbidito: avversava il Vescovo. A Conversano si contarono 4 morti: due fascisti, Emilio Ingravalle e Vitantonio Martinelli, e due socialisti, Giuseppe Di Vagno e Cosimo Conte. Randellate e olio di ricino scorsero a fiumi fino alla caduta del fascismo. Dopo il 25 luglio 1943, per  ritorsione e vendetta, alcuni personaggi della manovalanza fascista furono pestati.

 
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