21/12/2025 21:37
Nei giorni della Novena di Natale, quando le comunità si raccolgono per prepararsi con maggiore intensità al mistero della Natività, accade spesso che le meditazioni vengano affidate non solo ai parroci reggenti, ma anche a sacerdoti e personalità ecclesiastiche ospitate in via straordinaria, chiamate a condividere un pensiero, una traccia di riflessione, una parola che accompagni i fedeli in un tempo così significativo per la Chiesa. È in questo contesto che, a Conversano, nella mattinata di sabato scorso, la quinta giornata della Novena in Cattedrale è stata guidata da mons. Giuseppe Laterza, che in città e nel territorio tra Conversano e Castellana Grotte – dove è nato e cresciuto – molti continuano a chiamare semplicemente “don Giuseppe”. Un nome familiare, di casa, che dice un legame antico con queste comunità e con la loro sensibilità religiosa. Da quell’omelia, nelle ore successive, è nata una discussione che sta rapidamente oltrepassando i confini locali e che, come spesso accade quando un passaggio viene isolato e rilanciato fuori dal suo contesto, rischia di trasformare una riflessione spirituale in un caso mediatico, con letture frettolose e giudizi sommari. Che cosa è successo? Nel corso della meditazione, mons. Laterza ha parlato di Maria come di una donna che sperimenta la libertà nella misura in cui si affida a Dio. Il cuore del discorso, a ben ascoltarlo nella sua interezza, non era una riflessione sociologica sul ruolo della donna che obbedisce all’uomo, né tantomeno un ragionamento volto a mettere in discussione conquiste civili o diritti: era, piuttosto, una catechesi sul significato cristiano dell’affidamento, della devozione, della scelta radicale di Dio come criterio di vita. In questo senso, nell’omelia è stato esplicitato un passaggio centrale: “Dio è l’unico padrone che ci rende davvero liberi”. È una formula forte, certamente, ma tipica di un linguaggio spirituale che rovescia il significato comune della parola “padrone”: non dominio che schiaccia, bensì appartenenza che libera; non imposizione, ma scelta di dipendere da ciò che salva, e quindi di sottrarsi a tutto ciò che – al contrario – rende schiavi. È una prospettiva classica della tradizione cristiana: la libertà non come assenza di legami, ma come legame con ciò che dà senso e non consuma. In questo quadro si colloca anche l’espressione utilizzata da mons. Laterza – “obbedienza” – intesa nel suo significato cristiano: non l’obbedienza come subalternità, non l’obbedienza come rinuncia alla coscienza, ma l’obbedienza come ascolto profondo, come adesione, come “dire sì” a ciò che si riconosce vero. È l’obbedienza che, nella spiritualità, non umilia la persona ma la orienta; non la annulla, ma la consegna a una libertà più ampia, sottraendola alla tirannia di paure, calcoli, opportunismi. A conferma di questo impianto, e quasi come chiave di lettura dell’intera meditazione, nella stessa omelia mons. Laterza ha richiamato – con toni critici – un tratto del nostro tempo: un mondo che “vede senza guardare”, che “ascolta senza saper accogliere”. Un passaggio che suona come una denuncia della superficialità con cui spesso si giudicano i fatti e le persone; dell’immediatezza con cui si reagisce senza comprendere; di una comunicazione che scivola sul piano della battuta e dell’etichetta, più che su quello dell’ascolto e della responsabilità. Un richiamo, in altre parole, proprio contro quella postura che oggi – paradossalmente – sta caratterizzando molta parte delle reazioni nate attorno a questa vicenda. Sempre su questo piano, l’omelia insiste sul fatto che l’indifferenza non appartiene alla Madonna: Maria, nella prospettiva proposta, è l’opposto dell’indifferenza. È attenzione, è disponibilità, è prontezza interiore. E ancora: Maria, è stato detto, “non fa calcoli umani”. Anche questa è un’espressione tipica del linguaggio di una predicazione: significa che Maria non misura la propria vita col righello delle convenienze, non riduce la sua decisione a ciò che torna utile o a ciò che appare prudente. Sceglie nella fede, senza il bisogno di addomesticare l’evento dentro un orizzonte puramente umano. È, dunque, una Maria presentata come figura di radicalità, di coerenza, di profondità. Dentro un discorso così impostato, si è inserito tuttavia un riferimento – oggettivamente infelice, superfluo e fuori schema – al mondo delle “femministe”. Un inciso che, con ogni evidenza, ha finito per alterare la ricezione dell’intero messaggio: non perché quel riferimento rappresentasse il nucleo della meditazione, ma perché ha fornito un appiglio immediato, un’etichetta pronta per i social, una scorciatoia polemica capace di oscurare tutto il resto. E qui sta, probabilmente, il punto più delicato: il piano della discussione di mons. Laterza era profondamente differente, ma è stato spostato altrove. È stato trascinato, per effetto di quel passaggio, su un terreno che non era quello dell’omelia: dal tema della devozione e della libertà spirituale al tema del confronto ideologico; dalla lettura teologica di Maria alle contrapposizioni contemporanee; dalla profondità del messaggio alla meccanica del “taglio” e della semplificazione. Chi conosce mons. Laterza – e lo conosce da anni, come sacerdote e come uomo – sa bene che quella frase non può essere letta come un attacco alla dignità delle donne o come la negazione dei diritti civili. Non è questo il suo profilo, non è questo il suo percorso, non è questo il senso complessivo della predicazione che da sempre lo contraddistingue. È molto più plausibile – e, a ben ascoltare, coerente con il resto dell’intervento – che quell’inciso fosse un modo improprio, forse un’ironia mal calibrata, per provocare una riflessione sul significato cristiano dell’affidamento: una provocazione finita però fuori bersaglio, perché l’espressione “obbedienza”, nel linguaggio comune, porta con sé ambiguità e perché il riferimento alle “femministe” ha inevitabilmente attivato un corto circuito. Il risultato è quello che vediamo: la notizia ha iniziato a circolare ben oltre la cronaca locale, rimbalzando e ampliandosi, spesso con commenti che – come accade di frequente – si consumano in fretta, senza ascoltare fino in fondo, senza ricostruire, senza concedere spazio a un chiarimento. È una dinamica che mortifica tutti: mortifica la comunità che ha vissuto quel momento liturgico, mortifica chi si sente ferito da parole percepite come stonate, e mortifica anche chi ha pronunciato quelle parole, perché lo inchioda a un frammento, negandogli il contesto e quindi il senso. Resta, naturalmente, un dato: le parole contano, soprattutto quando vengono pronunciate da figure pubbliche e, a maggior ragione, in un luogo sacro. E proprio per questo, è legittimo osservare che quel riferimento alle “femministe” sia stato un errore comunicativo, una gaffe che non aggiungeva nulla al discorso e che anzi ne ha compromesso la ricezione. Ma, allo stesso tempo, è altrettanto necessario ricondurre la vicenda al suo perimetro reale: un’omelia natalizia, centrata sul tema della libertà che nasce dalla devozione a Dio, sul primato di Dio come unico “padrone” capace di rendere liberi, sulla figura di Maria come donna non indifferente, capace di ascolto e priva di calcoli umani. Questo era il cuore. Tutto il resto – e soprattutto l’eco polemica che ora lo sovrasta – rischia di essere il prodotto di una lettura parziale, accelerata, tipica del nostro tempo: un tempo che, per usare le stesse parole richiamate nell’omelia, spesso vede senza guardare. In definitiva, raccontare questo fatto in modo diverso non significa negare che ci sia stato un passaggio infelice. Significa, più semplicemente, restituire all’intervento la sua intenzione e la sua struttura, distinguendo l’essenziale dall’accessorio, la riflessione spirituale dalla scintilla polemica, il contenuto di un’omelia dal rumore che spesso, sui social, finisce per coprire ogni cosa. E forse, proprio in un tempo di Novena, sarebbe questo il gesto più coerente: esercitare quella pazienza dell’ascolto che chiediamo sempre agli altri, e che raramente applichiamo quando siamo noi a giudicare.