19/05/2026 12:47
Si è conclusa pochi minuti fa, presso la Procura della Repubblica di Bari, la conferenza stampa convocata per illustrare i dettagli della vasta operazione eseguita all’alba di oggi dai carabinieri e culminata nell’esecuzione di tredici misure cautelari nei confronti di soggetti ritenuti organici o contigui al clan Panarelli, gruppo criminale che, secondo gli investigatori, avrebbe conosciuto negli ultimi anni una significativa evoluzione nella propria struttura e nelle proprie ambizioni. Le misure eseguite comprendono due arresti in carcere, uno nei confronti di un soggetto già detenuto ai domiciliari e gli altri all’indirizzo di persone in parte pregiudicate e in parte incensurate. Proprio quest’ultimo aspetto è stato indicato dagli investigatori come uno degli elementi più rilevanti emersi dall’indagine: la presenza di figure apparentemente insospettabili, prive di precedenti penali, capaci di garantire al gruppo relazioni e contatti funzionali a una progressiva infiltrazione nel tessuto economico cittadino. Secondo quanto spiegato dagli investigatori, il gruppo avrebbe progressivamente abbandonato la dimensione esclusivamente legata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti — attività che comunque restava fortemente strutturata e redditizia — per compiere un salto di qualità verso fenomeni estorsivi e forme più sofisticate di controllo del territorio. Determinante, in questa fase, è stata la collaborazione di un imprenditore che avrebbe avuto il coraggio di denunciare. L’uomo, invece di piegarsi alle richieste o al clima intimidatorio, avrebbe scelto di rivolgersi ai carabinieri, confidando nell’azione dello Stato e nella tutela garantita dall’Arma. Da quel momento sarebbero scattate le indagini che hanno consentito agli investigatori di ricostruire dinamiche, ruoli e strategie del gruppo criminale, documentandone soprattutto la crescita di spessore e la progressiva metamorfosi operativa. Un clan che, stando agli elementi raccolti, avrebbe continuato a ricevere indicazioni operative direttamente dal proprio capo detenuto in carcere. Nonostante la detenzione, quest’ultimo sarebbe riuscito a impartire ordini e direttive all’esterno attraverso pizzini e persino telefoni cellulari introdotti illegalmente, mantenendo così il controllo sulle attività quotidiane del sodalizio e scandendo le decisioni operative del gruppo. L’ipotesi della presenza, tra gli arrestati, di un candidato al Consiglio comunale ha alimentato interrogativi sul possibile interesse del clan ad allungare i propri tentacoli anche nella gestione della cosa pubblica e nelle dinamiche amministrative locali. Tuttavia, a una domanda esplicita rivolta ai magistrati sulla possibilità che il gruppo criminale stesse tentando di costruire canali di influenza politica o amministrativa, la Procura ha scelto di non commentare, evitando qualsiasi valutazione pubblica su aspetti evidentemente ancora oggetto di approfondimento investigativo. Il silenzio mantenuto su questo fronte non ha tuttavia cancellato il peso politico e simbolico della circostanza emersa oggi: quello di un’organizzazione criminale che, secondo il quadro delineato dagli inquirenti, non si limitava più alle tradizionali attività illecite di strada, ma sembrava puntare a un salto di qualità, cercando relazioni, coperture e nuovi spazi di influenza all’interno della vita economica e sociale della città. L’operazione odierna rappresenterebbe dunque non soltanto un duro colpo al clan Panarelli, ma anche il tentativo di fermare una trasformazione criminale considerata particolarmente pericolosa dagli investigatori: quella di un gruppo capace di mutare pelle, di strutturarsi, di diversificare i propri interessi e di costruire reti relazionali sempre più ampie, mantenendo al contempo un saldo collegamento con il proprio vertice detenuto.