Derisi da Mancini
Ieri, a Roma, è stato presentato ufficialmente il nuovo allenatore della Nazionale di calcio italiana e tutti sapete che è Roberto Mancini.
Ci siamo già indignati all’annuncio di questa scelta fatta dal nuovo presidente della Figc Malagò, ma ieri ci è venuta voglia di chiudere con il calcio, e con quello della Nazionale in particolare, perché ci sentiamo derisi, umiliati, sbeffeggiati, sia da Malagò, sia da Mancini. E vi spieghiamo perché.
Ricorderete tutti che Mancini è stato già l’allenatore della Nazionale, incarico ricoperto per cinque anni, dal 2018 al 2023. Ci ha fatto vincere un Europeo, ma nemmeno lui ci ha portato ai Mondiali. Fu perdonato per questo, ma nessuno lo perdonò quando, il 13 agosto del 2023, mentre l’Italia stava per affrontare le qualificazioni agli Europei, si dimise da commissario tecnico con una semplice Pec, andandosene ad allenare l’Arabia Saudita che gli garantiva un contratto da nababbo.
Lasciò l’Italia per soldi e l’Italia fu costretta a correre contro il tempo ingaggiando Spalletti, appena una settimana prima della partita contro la Macedonia del Nord, che pareggiammo 1-1, mentre lui, da Mykonos, dov’era in vacanza, prendeva l’aereo per Riad, dove l’aspettava una cassaforte piena di soldi.
Un tradimento in piena regola.
E ieri, nel tentativo di giustificarsi, Mancini lo ha definito proprio così, un tradimento, aggiungendo: ho sbagliato, fu come se avessi abbandonato la donna della mia vita. Sarebbe la Nazionale.
Lasci la tua donna per soldi e poi, dopo esserti arricchito, torni da lei. Che, purtroppo, non solo ti accoglie a braccia aperte, ma ti stende tappeti d’oro.
C’è un’etica in tutto questo?
Ma qui entra in scena il suo amico Malagò, con cui Mancini gioca a calcetto e condivide serate conviviali al Circolo Aniene di Roma. Malagò aveva decine di alternative, fra cui Conte, aveva perfino chiamato Pirlo, che è stato Ct per una settimana. Poi, all’improvviso, ha fatto uscire dal suo cilindro magico l’amico Mancini, il traditore.
Beninteso, nel calcio e nella vita succede anche di peggio, ma la Nazionale di calcio, lo sport nazionale, è un’altra cosa. Non può cedere valori, li deve conservare e rafforzare, e la lealtà è fra i valori più alti che deve tutelare.
Qui non siamo di fronte al Figliol Prodigo, che se ne andò in maniera indolore e poi tornò accolto come un principe. Mancini, andandosene, aprì una ferita al cuore del calcio italiano, che non si è ancora richiusa e sanguina ancora.
Il suo tradimento fu immorale, così come il suo ritorno.
Se il calcio italiano è caduto così in basso è proprio perché gli interessi prevalgono sui valori, e Mancini è il prodotto di questo corto circuito.
Ma non facciamoci venire cattivi pensieri. Siamo italiani e dobbiamo continuare a tifare Italia, nonostante Mancini.
Lui, ieri, ha promesso che per farsi perdonare ci porterà ai prossimi Mondiali.
Speriamo non da spettatori.