E io pago
Ieri a Roma è stata disegnata una prima bozza del futuro industriale di Taranto, che è strettamente collegato al futuro del siderurgico.
Come in tutte le bozze, quello che ne è venuto fuori è un insieme confuso di appunti e disegni: numeri, parole, progetti, ipotesi e tanti si vedrà. Poche le certezze, anche queste sufficientemente generiche, che si possono ridurre a due questioni.
La prima riguarda il futuro del siderurgico. Le prospettive sono due, collegate ad una domanda molto semplice: a Taranto si vuol continuare a produrre acciaio oppure no?
Per produrre acciaio ci vogliono i forni. Quelli attuali chiuderanno fra 80 giorni per ordine della Corte d’Appello di Milano. La Regione Puglia vuole che Taranto continui a produrre acciaio e ha chiesto di sostituire gli attuali a carbone con nuovi forni elettrici, non inquinanti.
Il Governo ha fatto finta di non sentire e, perciò, privilegia la soluzione opposta, che prevede che a Taranto non si produca più acciaio. Niente più forni, né a carbone, né ad altro: l’acciaio lo si acquisterà altrove e a Taranto si potrà solo lavorarlo.
Questo potrebbe consentire di vendere l’ex Ilva non più agli indiani di Jindal, ma ad una cordata di acciaierie italiane sostenuta da Confindustria.
Il confronto è aperto ed è, come si intuisce, di natura strettamente politica, perché è la politica che dovrà decidere fra: niente più produzione di acciaio oppure ripresa della produzione, ma in maniera non inquinante.
Nell’uno e nell’altro caso, la scelta comporterà inevitabilmente tagli all’occupazione, per cui ci si dovrà preoccupare del futuro di migliaia di operai.
E qui viene fuori la seconda questione discussa ieri a Roma: la reindustrializzazione dell’area di Taranto.
Fra aree ex Ilva bonificate e aree del Demanio e dell’Autorità Portuale, ci sono spazi sufficienti per ospitare nuovi insediamenti industriali.
Il ministro Urso ha comunicato ieri che sul tavolo di Invitalia ci sono sotto esame ben 17 progetti per 2 miliardi di investimenti. Si va da Pirelli a Renexia, da Vestas a Webuild, per citare i più importanti, e potrebbero produrre quasi 5mila posti di lavoro.
Per realizzarli, però, considerati i tempi italiani, con o senza Zes, ci potrebbero volere 10 anni.
In tanti, alla fine dell’incontro, sono usciti con le idee più confuse di prima: tante idee, tante prospettive, tanti soldi, tanti numeri, ma intanto fra 80 giorni più di mille operai si troveranno senza lavoro e nessuno ha detto una parola sul bisogno più concreto.
Chi gli pagherà gli stipendi?
Ve lo diciamo noi: la solita cassa integrazione, che però paghiamo tutti.
È il copione di tutti i vertici. La politica mette le belle parole. I soldi tocca metterli a noi.