Il caso Carmen Lorusso
Sui giornali di oggi c’è la notizia che Carmen Lorusso, coinvolta col marito Giacomo Olivieri nello scandalo sui voti comprati dalla mafia per essere eletta consigliera comunale a Bari, lavorerà per il Policlinico ad un progetto di ricerca sui tumori rari.
La Lorusso, dopo essere rimasta parecchio tempo ai domiciliari, adesso è sotto processo e rischia di essere condannata. Per questo, letta così, al primo impatto, la notizia fa scalpore e suscita qualche perplessità.
Ma come? Si dà un incarico pubblico, retribuito, ad una persona coinvolta in una vicenda giudiziaria per reati mafiosi?
Se però la si approfondisce e la si valuta con imparzialità e, soprattutto, codici alla mano, si scopre che non c’è niente di scandaloso e che tutto, nonostante sembri paradossale, è regolare.
Viviamo, per fortuna, in uno Stato garantista, dove non solo l’innocenza è una presunzione obbligatoria fino all’ultimo verdetto, ma anche le prerogative di ciascuna persona di potersi realizzare professionalmente secondo le proprie capacità sono un diritto inalienabile che lo Stato è tenuto ad assicurare.
La Lorusso, che di professione fa l’avvocato, ha partecipato ad un concorso che non prevedeva limitazioni per chi avesse guai giudiziari e non ha alcuna condanna, né di primo, né di secondo, né di terzo grado. Ha presentato i titoli, ha fatto la prova ed è risultata prima nella sua categoria, meritandosi l’assegnazione di un incarico professionale con relativa retribuzione.
Sia lei sia il Policlinico di Bari, potrà piacere o no, non hanno fatto nulla di irregolare.
Semmai sarebbe più giusto chiedersi due cose: come mai la notizia esce oggi, nonostante la Lorusso abbia già ottenuto l’incarico e stia già lavorando per il progetto del Policlinico da due mesi? E come mai, dopo 5 anni, la sua vicenda giudiziaria non sia ancora approdata ad una sentenza?
Abbiamo l’impressione che il vero problema dell’Italia siano i ritardi, non le riabilitazioni.