9 maggio 2026 | 18:58
Attualità Noci

La memoria di Kelz nel nostro cimitero

Il 27 gennaio, Giornata della Memoria, non è soltanto un appuntamento rituale del calendario civile: è un esercizio di responsabilità collettiva. A Noci, questa responsabilità passa anche attraverso una tomba. Quella di Zygmunt Kelz non è solo il luogo di sepoltura di un cittadino adottivo, ma un presidio di memoria che collega una piccola comunità delle Murge alla tragedia universale della Shoah.

In quel sepolcro si intrecciano fuga, salvezza, perdita, compromesso e rinascita. Ricordare Kelz significa ricordare i milioni di ebrei senza nome e senza tomba; significa riconoscere come la storia del Novecento abbia inciso anche nei luoghi apparentemente periferici; significa, infine, ribadire che la memoria non è un’eredità immobile, ma un impegno quotidiano contro l’indifferenza, l’odio e la rimozione.

Nel silenzio del cimitero di Noci, la sua presenza continua a interrogare le coscienze. E a ricordarci che la memoria, per essere viva, deve essere condivisa.

Zygmunt Kelz nasce il 28 novembre 1907 a Jarosław, cittadina precarpatica dell’allora impero austro-ungarico, divenuta polacca dopo la Prima guerra mondiale. Figlio di Bernard Boruch e Chana (Anna) Rosenman, cresce in un contesto multietnico che sarà presto travolto dalla violenza della storia. Nel 1937 sposa Sara Lastman, anch’ella dentista, dalla quale ha un figlio, Bernard Elias.

L’invasione della Polonia nel settembre 1939, ad opera di Germania nazista e Unione Sovietica, segna l’inizio di una drammatica odissea. Kelz fugge attraverso i Balcani fino a raggiungere Haifa, in Palestina. Nel 1941 si arruola nella Brigata autonoma polacca “Fucilieri dei Carpazi” e combatte in Libia, a Tobruk, al fianco degli Alleati. Promosso nel luglio 1943 sottotenente medico, viene inquadrato nel II Corpo d’Armata polacco, che da Alessandria d’Egitto giunge a Taranto per partecipare alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo sotto comando britannico.

È un periodo estremo, nel quale più volte sfiora la morte. Ma la ferita più profonda è un’altra: dal 1940 ha perso ogni notizia della moglie, del figlio e della famiglia paterna. Tutti sono stati inghiottiti dall’immane genocidio nazista. La salvezza personale coincide così con una perdita assoluta, che segnerà per sempre la sua esistenza.

Da Taranto Kelz giunge a Noci, dove la presenza dei militari polacchi è attestata almeno dalla primavera del 1944. Occupano l’edificio scolastico adibito a ospedale militare, locali nel centro abitato e abitazioni requisite; gli ufficiali entrano in relazione con la società nocese, partecipando alla vita culturale e mondana del paese. È probabilmente in questo contesto che Kelz conosce la maestra elementare Dina De Caro.

Il loro incontro assume un valore quasi simbolico: Dina è sorella minore di Domenico De Caro, tenente di fanteria caduto sul Carso il 6 luglio 1915, combattendo contro l’esercito austro-ungarico nel quale militava il padre di Zygmunt. Da quell’amicizia nasce un legame destinato a durare. Il 17 luglio 1946 i due si sposano con rito civile nel municipio di Putignano.

Il dopoguerra, tuttavia, non offre a Kelz una pace immediata. Problemi burocratici, il rischio di espulsione e il peso del lutto rendono difficile la nuova vita familiare. Trasferitosi a Bari, lavora come dentista clandestino grazie al Joint Distribution Committee. Nel 1948 viene adottato da Pietro Romanazzi, impiegato comunale in pensione: un atto che gli consente di ottenere la cittadinanza italiana. Da quel momento è Sigismondo Kelz-Romanazzi.

Nel 1952, dopo la laurea italiana in medicina e l’iscrizione all’albo professionale, la sua identità di ebreo galiziano si scontra con il rigido contesto cattolico nocese. Alla notizia della maternità di Dina, la comunità cattolica giudica disdicevole la nascita di un figlio da una coppia non unita da matrimonio religioso. Per evitare ulteriori sofferenze ai De Caro e all’anziana suocera, Kelz accetta un doloroso compromesso con la propria coscienza: l’11 settembre 1952 celebra il matrimonio religioso nella Chiesa dei Cappuccini, officiato da don Anastasio Amatulli.

Il 25 dicembre 1952 nasce a Bari un secondo Bernardo. È l’inizio di una normalità tanto attesa: Zygmunt esercita la professione di dentista, Dina continua a insegnare. La famiglia frequenta spesso Noci, soprattutto nei mesi estivi, nella villetta costruita lungo l’antica strada per Putignano.

Nel 1989 i coniugi tornano stabilmente a vivere a Noci. Zygmunt Kelz muore il 27 luglio 1994; Dina De Caro lo seguirà il 30 aprile 1997. I suoi resti riposano nel cimitero nocese: unica sepoltura ebraica, silenziosa ma carica di significato.

La vicenda di Zygmunt Kelz, pur nella sua irripetibile soggettività, assurge a paradigma della tragedia di un popolo e dell’abisso morale che ha segnato l’intera umanità. La sua storia è stata ricostruita con rigore scientifico da Bernardo Kelz e José Mottola nel volume Dai Carpazi alle Murge. Odissea di Zygmunt Kelz scampato alla Shoah (Bastogi, Foggia, 2008). A riconoscimento del suo valore civile e storico, il 5 febbraio 2009 la Giunta comunale di Noci  ha dedicato a Zygmunt Kelz una strada di nuova realizzazione, tra via Di Vittorio e via Vasconi.

Nella Biblioteca comunale di Noci sono presenti l’opera di Kelz e Mottola e tantissime altre pubblicazioni sulla Shoah.

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