22/01/2026 11:44
Si è chiusa con un bilancio mediamente positivo, nonostante un avvio particolarmente complesso, la campagna olearia a Noci.
Una stagione segnata da criticità climatiche, fitosanitarie ed economiche, che ha messo alla prova produttori e frantoiani, ma che ha anche riacceso il dibattito su un tema centrale: la qualità dell’olio italiano e il suo valore reale, spesso schiacciato dalla concorrenza dei prodotti esteri.
A fare il punto è Giuseppe D’Onghia, responsabile dell’oleificio omonimo, che ripercorre le difficoltà iniziali della stagione senza nascondere le responsabilità e le criticità strutturali del territorio. “La stagione olivicola non è iniziata al meglio”, afferma D’Onghia. “Gli oliveti su Noci sono stati particolarmente colpiti dalla mosca olearia, talvolta determinata da una scarsa attenzione dei produttori, che non hanno preso misure adeguate per contrastare il fenomeno”.
A incidere negativamente sull’andamento della raccolta sono stati anche fattori climatici avversi: siccità e maltempo hanno contribuito a determinare una perdita di prodotto stimata intorno al 40%. Una situazione che ha costretto i frantoi a cercare soluzioni alternative per garantire la continuità del lavoro. “Dopo il primo mese dall’inizio della raccolta, siamo stati costretti a comprare le olive da Gioia del Colle, Sannicandro e Sammichele”, spiega D’Onghia. Una scelta obbligata per contenere i danni, ma che evidenzia una fragilità del comparto locale, legata anche alla gestione agronomica.
L’anomala cascola delle olive e la mancanza di trattamenti tempestivi hanno aggravato il quadro, mettendo in evidenza una scarsa attenzione verso la filiera olivicola rispetto ad altri comparti produttivi, come per esempio quello dell’allevamento e della produzione del foraggio. “Noci si conferma un paese concentrato prevalentemente sulla produzione casearia”, prosegue D’Onghia. “Di conseguenza manca una maggiore attenzione ai prodotti agricoli”. Nonostante un avvio difficile, la seconda parte della campagna ha mostrato segnali di recupero. “Non è stata una stagione all’altezza delle aspettative”, osserva ancora il frantoiano. “Tuttavia, si è conclusa con un 60% del lavoro completato”.
A pesare sul futuro del settore, però, è soprattutto il confronto con il mercato estero, sempre più aggressivo sul piano dei prezzi. Oggi un litro di olio extravergine d’oliva italiano si colloca mediamente attorno ai 10 euro al litro, mentre l’olio spagnolo viene immesso sul mercato a circa 5 euro al litro. Una differenza che rischia di penalizzare i produttori locali, ma che non racconta tutta la verità.
L’olio italiano, e in particolare quello ottenuto da filiere corte, non costa di più: vale di più. Vale di più perché nasce da una produzione controllata, tracciabile, legata al territorio e a pratiche qualitative che difficilmente possono essere replicate su scala industriale. Una filiera corta consente controlli più stringenti, maggiore trasparenza e un rapporto diretto tra produttore e consumatore. È su questo terreno che si gioca la sfida futura.
I frantoiani nocesi accettano il confronto con i mercati internazionali, ma lo fanno con la consapevolezza che la competitività non può essere misurata solo sul prezzo. La speranza, condivisa dagli operatori del settore, è che il consumatore sappia riconoscere e premiare il valore dell’olio extravergine d’oliva italiano e, soprattutto, di quello locale: un prodotto che racchiude qualità, identità e cultura agricola, e che merita di essere tutelato e valorizzato ben oltre le logiche del ribasso.