09/02/2026 18:12
La cronaca di questi giorni si è soffermata su un episodio tanto curioso quanto suggestivo, capace di intrecciare attualità, arte e immaginario collettivo. Nella basilica di San Lorenzo in Lucina, chiesa situata nel cuore del centro storico di Roma, a pochi passi dal mausoleo di Augusto, è stato recentemente restaurato un dipinto che raffigura, tra gli altri soggetti, due angeli. Uno di essi, tuttavia, ha attirato immediatamente l’attenzione: il suo volto richiamava in modo sorprendente quello della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, come se la fisionomia fosse stata rielaborata o reinterpretata alla luce di un riferimento contemporaneo.
Al di là delle polemiche e delle suggestioni mediatiche, l’episodio si inserisce in una tradizione antichissima. La storia dell’arte è infatti costellata di pittori che si sono divertiti a riprodurre, citare o celare volti umani all’interno delle loro opere, talvolta per omaggio, talvolta per gioco, talvolta ancora per ragioni simboliche o autobiografiche. Da Giorgione a Michelangelo, da Mantegna a Caravaggio, l’elenco di artisti che hanno lasciato tracce più o meno riconoscibili di sé e del proprio tempo è lunghissimo.
Tuttavia, rispetto a questi precedenti, il caso romano presenta un elemento che ne modifica sensibilmente la lettura. La raffigurazione della presidente del Consiglio non emerge infatti da un gesto creativo originario, ma da un intervento successivo, affidato a un restauratore che non ha mai nascosto la propria vicinanza politica all’area di destra. Un dettaglio che solleva interrogativi sull’opportunità di una scelta iconografica che rischia di collocarsi sul terreno scivoloso dell’attualizzazione ideologica di un bene storico e religioso.
È proprio questo aspetto a segnare una distanza netta rispetto ai casi storici citati e, per quanto riguarda il contesto di Noci in particolare, rispetto all’esperienza di Mimmo Fiorelli, tornata alla mente di molti. Nel ciclo pittorico del refettorio dell’Abbazia Madonna della Scala, inaugurato il 15 gennaio 1996, l’artista nocese inserì consapevolmente volti “noti” del proprio contesto umano e sociale, dichiarando apertamente il proprio metodo e assumendosene la piena responsabilità autoriale. A testimoniarlo è anche Raffaele Nigro nell’introduzione al volume “A tavola con Cristo” (Noci, La Scala, 1996), elegante catalogo commentato dei dodici dipinti collocati nelle lunette dell’ampia sala del refettorio.
Nigro scrive: «Gli attori sono attori di strada, volti presi in prestito dalla Gerusalemme della Murgia meridionale; sono i committenti, sono i padri benedettini, comunque facce contadine e piccolo-borghesi». Una dichiarazione che rivela l’intento di radicare il sacro nel quotidiano, senza forzature simboliche né riferimenti al potere politico del tempo.
Lo stesso Nigro aggiunge un’osservazione puntuale e quasi profetica: «Mimmo Fiorelli è seduto nell’ala destra della lunetta [dell’Ultima cena, ndr], la barba coltivata e i capelli a spazzola, tredicesimo della santa squadra, in un autocitazione compiaciuta e in atteggiamento di attesa, mentre a sinistra colgo il profilo dell’abate committente, padre Guido. Ma qui la caccia alle citazioni darà filo da torcere agli anni a venire, quando le nostre generazioni saranno travolte e saranno disperse le fisionomie oggi familiari ai viventi».
Tra questi rimandi, nella lunetta dedicata alla Moltiplicazione dei pani compare anche lo stesso Raffaele Nigro, a conferma di come l’arte possa farsi specchio del proprio tempo. Ma, nel caso di Fiorelli, si trattava di un’operazione dichiarata, interna all’atto creativo, e non del risultato di una rilettura successiva.
È qui che si colloca la principale differenza con il caso di San Lorenzo in Lucina: se l’arte ha sempre dialogato con il presente, il restauro, per sua natura, dovrebbe limitarsi alla conservazione e alla restituzione filologica dell’opera. Ogni intervento che introduca elementi riconducibili all’attualità politica rischia di alterare non solo l’equilibrio estetico, ma anche la neutralità culturale di un bene che appartiene alla collettività.
Per questo motivo il volto riconducibile a Meloni è stato già rimosso e il Vicariato di Roma ha esortato a ripristinare i tratti originari dell’angelo.