05/02/2026 10:07
Sono trascorsi quarant’anni dalla mostra fotografica “Noci com’era: i luoghi e la gente”, eppure il suo significato appare oggi tutt’altro che consegnato al passato. Inaugurata il 23 dicembre 1985 nella chiesetta di S. Stefano, su iniziativa della rinata Associazione turistica Pro Loco e con il patrocinio dell’Amministrazione comunale, l’esposizione si rivelò fin da subito un evento di portata straordinaria, capace di andare ben oltre le aspettative degli organizzatori. Doveva chiudere il 6 gennaio 1986, ma il successo e l’interesse suscitati ne prolungarono l’apertura fino al 18 gennaio, trasformandola in un autentico momento di recupero collettivo della memoria e dell’identità nocese.
Alla base di quell’iniziativa vi furono l’impegno e la visione del comitato promotore della Pro Loco, composto da Nicola Bauer, Amato Crobeddu, Vittorino Curci, Franco De Marco, Nicola Fiorelli, Domenico Forti, Francesco Giacovelli, Felice Laforgia, Vito Liuzzi e Domenico Scardaccione. Un gruppo eterogeneo, animato da passione civile e amore per il proprio paese, che seppe intuire con largo anticipo quanto fosse necessario salvaguardare e condividere la memoria storica e visiva della comunità, trasformandola in un’occasione di crescita culturale collettiva.
Quella mostra rappresentò un punto di svolta: non solo un’esposizione di immagini, ma un vero e proprio processo comunitario. Fu in quel periodo, non a caso, che alcuni cittadini si avvicinarono al collezionismo fotografico e documentale, avviando un’opera di recupero di fotografie, carte e testimonianze che ancora oggi continua a produrre risultati preziosi. “Noci com’era” accese una consapevolezza nuova: la storia di un paese vive anche negli archivi familiari, nei cassetti, negli album dimenticati.
Il pieghevole-locandina che accompagnava la mostra, curato dallo studio Tangram di Noci (P. Fasano e F. Ciulli), ne chiariva con grande sensibilità lo spirito profondo. «Se il paese potesse parlare racconterebbe storie bellissime. Ma forse il paese parla e noi non sappiamo ascoltare», si leggeva. La fotografia diventava così lo strumento privilegiato per imparare ad ascoltare: un mezzo di analisi capace di restituire frammenti di vita della Noci compresa tra le due guerre, raccontando luoghi, eventi e soprattutto la comunità.
Le cinquanta immagini selezionate, riprodotte dai fotografi Mimmo e Mino Laera, invitavano a una “lettura aperta”, senza imposizioni interpretative. Gli anziani potevano rituffarsi nei ricordi, riconoscere volti, gesti, rituali; i più giovani, invece, osservavano increduli, lasciandosi attraversare dallo stupore e dall’immaginazione. Sguardi di curiosità e nostalgia si incrociavano davanti a fotografie che ritraevano luoghi scomparsi o profondamente trasformati: piazze e strade che avevano subito modificazioni urbane radicali, come nel caso del Largo Calvario o della Villa comunale. Cambiamenti che testimoniavano una forte progettualità e una visione della città già allora consapevole delle proprie sfide.
Non era però una celebrazione nostalgica del passato l’obiettivo della mostra. Al contrario, gli organizzatori lo dichiaravano con chiarezza: recuperare la memoria significava analizzare lo spirito e la “regola” di quel tempo per comprendere meglio il presente. In un’epoca già allora segnata da ritmi di vita sempre più frenetici e alienanti, la fotografia permetteva di interrogarsi sulla perdita di quella ritualità quotidiana che un’altra “velocità” dell’esistenza rendeva possibile.
A emergere dalle immagini non erano tanto i singoli personaggi, quanto “la gente”, nel senso più alto del termine: la comunità come soggetto collettivo della storia. Scene di vita condivisa, eventi pubblici e spazi comuni diventavano il vero fulcro del racconto visivo, restituendo l’idea di un paese che si riconosce e si costruisce nel tempo attraverso relazioni, abitudini e luoghi condivisi.
Oggi, a distanza di quarant’anni, “Noci com’era” conserva una sorprendente attualità. In un presente dominato dalla smaterializzazione digitale e dalla memoria effimera, quell’esperienza ci ricorda il valore insostituibile della fotografia come documento, come traccia, come ponte tra generazioni. La memoria non è un esercizio sterile di nostalgia, ma un atto di consapevolezza collettiva: serve a comprendere chi siamo stati per orientare chi siamo e chi vogliamo diventare.
Rievocare quella mostra significa, dunque, rinnovare un invito all’ascolto. Perché il paese continua a parlare, attraverso le sue immagini e le sue storie. Sta a noi, oggi come allora, fermarci e imparare a riconoscerne la voce.