02/04/2026 13:13
C’è una distanza sottile ma profonda tra l’immagine che spesso accompagna le figure ecclesiastiche di alto rango e la realtà concreta delle loro giornate. Nel caso di monsignor Giuseppe Laterza, nunzio apostolico della Santa Sede nella Repubblica Centrafricana e nel Ciad, questa distanza diventa uno scarto netto. Dalle nostre parti, in quella porzione di terra pugliese che conserva ancora il senso delle radici, il suo nome evoca una carriera nella Diplomazia Vaticana, relazioni internazionali, luoghi in cui si decidono equilibri e si orientano risorse. Eppure, seguirlo nel quotidiano significa entrare in un’altra narrazione. Più essenziale, più concreta, profondamente diversa.
L’auto bianca della Santa Sede nelle strade polverose di Bangui
Sono circa le 8 del mattino quando il grande portone della Nunziatura Apostolica si apre. Un’auto bianca con la bandiera della Santa Sede sul paraurti anteriore e il lampeggiante acceso attende nel cortile, insieme all’autista Didier e a un militare assegnato alla scorta. Monsignor Laterza sale a bordo. Il volto è raccolto, pensieroso. Non c’è formalismo: c’è concentrazione.
L’auto lascia l’ordine della rappresentanza diplomatica ed entra, quasi senza soluzione di continuità, in un contesto segnato dalla povertà. Fuori dal finestrino scorrono strade polverose, volti segnati, un’umanità che vive nella precarietà quotidiana e nella fame. Lui osserva. Non distrattamente. C’è in quello sguardo una forma di attenzione vigile, quasi esigente.
Una responsabilità grande quanto mezza Europa
Il territorio affidato alla sua responsabilità è vasto e complesso, grande quanto mezza Europa, attraversato da tensioni sociali, fragilità strutturali ed emergenze permanenti. Non si tratta soltanto di rappresentare la Santa Sede o di custodire la dimensione spirituale della missione. Si tratta anche di verificare che l’intero sistema ecclesiale funzioni, che le comunità siano sostenute, che le risposte arrivino dove servono. Una funzione insieme pastorale, diplomatica e organizzativa.
Le tappe sono molteplici e i controlli rigorosi: verificare che le risorse derivanti dalla beneficienza vengano spese correttamente e rendicontate, evitare contaminazioni in contesti corrotti, scongiurare che i fondi finiscano nelle mani di chi vende farmaci contraffatti — un fenomeno particolarmente diffuso in Africa. E poi ci sono le infrastrutture: i pozzi da scavare, le aziende da monitorare, gli accordi da far rispettare. In tanti, da quelle parti, incassano l’acconto e spariscono. “Per questo ci vuole polso e rigore”, si sente ripetere. Monsignor Laterza esprime in questo anche grandi doti manageriali: solo così si salvano vite umane.
Gli spostamenti, le persone, le soste
Negli spostamenti in auto Sua Eccellenza si confronta con il segretario don Mimmo Alò, originario di Montemesola (TA). Tra una meta e l’altra si fanno briefing, si riflette, si ammortizzano i colpi delle buche mentre Didier affronta strade che sembrano il tracciato di una tappa rally. L’auto rallenta spesso. A volte si ferma del tutto. Le persone riconoscono monsignor Laterza, si avvicinano, chiedono una benedizione, una parola, uno sguardo. Lui non si sottrae mai. Anche quando il caldo equatoriale è opprimente, quando la fatica fisica si somma a quella emotiva.
Le corsie dell’ospedale pediatrico di Bangui
Gli ospedali sono una delle tappe più frequenti delle sue giornate – strutture spesso carenti, segnate da limiti evidenti, dove la sofferenza è esposta senza filtri. Prima di entrare nell’Ospedale Pediatrico di Bangui, monsignor Laterza ci mette in guardia: “Ragazzi, preparatevi, sarà dura”. Quasi a volerci proteggere dalla valanga di sofferenza che di lì a poco avrebbe travolto anche noi.
Nelle corsie lui e don Mimmo si muovono come in un giro delle visite. Ascoltano uno a uno i piccoli pazienti e le loro mamme. Curano le anime mentre i camici bianchi combattono contro la malattia di un mondo che, da queste parti, nega anche un’aspirina. “Non ci si abitua”, ci dicono a mezza voce. E lo dicono con una sincerità che non ha bisogno di commenti.
La sostanza delle giornate
La dimensione diplomatica esiste, certo. Esiste il cerimoniale, esistono i contesti di rappresentanza, esiste il prestigio che accompagna il ruolo. Ma tutto questo occupa uno spazio minimo rispetto alla sostanza delle giornate. Una sostanza fatta di lavoro continuo e silenzioso, di decisioni da prendere in tempi rapidi, di problemi da affrontare senza scorciatoie. “Sporcarsi le mani” non è un’espressione figurata: è una prassi quotidiana.
Chi lo osserva da vicino coglie soprattutto questo: una forma di umiltà mai ostentata, profondamente radicata, che trova nella fede la sua ragione più autentica.