13/02/2026 18:20
Il Carnevale di Putignano, da 632 anni, non è solo una sfilata, ma uno specchio in cui la comunità riflette le proprie contraddizioni.
Per l’edizione 2026, dedicata al tema del “Paradosso”, tra i giganti di cartapesta spicca un’opera che affronta il femminicidio: “Lo strano caso dell’uomo che diceva di amare”. Sebbene l’intento di sensibilizzare sia apprezzabile, come cittadine di questo territorio non possiamo tacere una riflessione amara: cosa accade quando la satira, invece di scuotere il potere, ne riproduce i meccanismi più tossici?
Il carro in questione affronta il tema del femminicidio, ma lo fa attraverso un’estetica che tradisce una profonda mancanza di ascolto verso chi la violenza la vive e la contrasta. L’aggressore viene rappresentato come un mostro terrificante, un Mr Hyde fuori controllo. Questa è la retorica dell’eccezionalità del male: se l’uomo violento è un mostro cinematografico, allora l’uomo comune – il collega, il fratello, l’amico – è assolto. Si rafforza così il mantra del “not all men” ignorando che la violenza di genere è strutturale, sistemica e, tragicamente ordinaria. Per combatterla dobbiamo partire da noi stessi.
Dall’altro lato, la figura femminile viene ridotta a un simulacro vacuo, intenta a truccarsi e specchiarsi, incapace di accorgersi del pericolo. Sebbene i lividi sul volto della donna siano stati rimossi nel passaggio dal bozzetto all’opera definitiva, resta una narrazione vittimizzante, riconducibile ai cliché più diffusi sulle donne: provocanti, sorridenti e superficiali. “Ci rendiamo conto che molte persone guardandola si sentiranno solidali e penseranno che è importante che si parli di questo tema. Questo noi lo apprezziamo, lo riconosciamo e non potremmo essere più d’accordo. – dichiarano le firmatarie – tuttavia restiamo profondamente critiche di fronte a questo tipo di rappresentazioni, in cui non ci riconosciamo. Perché noi siamo quelle donne, ma lei non ci somiglia; conosciamo quegli uomini, ma lui non somiglia a loro.
La violenza di genere non si combatte riproponendo sempre la stessa immagine: le scarpette rosse, il rossetto, il mostro. Perché non si esaurisce nei gesti estremi. La violenza è ovunque: è nel fischio che ci insegue per strada, nel lavoro di cura non riconosciuto, nel salario che ci amputate, nella svalutazione sistematica delle nostre esistenze. Se conosciamo solo la storia del ‘mostro’, significa che non stiamo guardando la realtà. La narrazione ferma al cliché è parte del problema. Questa non è la nostra storia: è il modo in cui scegliamo di non cambiare nulla.” A contrastare la violenza sono soprattutto i centri antiviolenza, i gruppi di autocoscienza e i collettivi femministi e transfemministi: pratiche e saperi che restano troppo spesso fuori dal racconto pubblico.
Questo evento pone quindi un interrogativo politico alle istituzioni locali, a partire dalla Fondazione Carnevale di Putignano, e alla cittadinanza tutta. Chi è chiamato a costruire le narrazioni pubbliche su fenomeni complessi e strutturali come la violenza di genere? Quali narrazioni vogliamo?
Il nostro invito è a processi più trasparenti e partecipati, attraverso tavoli di confronto e consultazioni preventive. Vorremmo non doverci accontentare di una narrazione ridotta, distorta o brutalmente semplificata ma poter immaginare di alzare il livello del dibattito e, nel caso della nostra manifestazione carnascialesca, della satira stessa. La nostra riflessione si inquadra inoltre in un contesto politico segnato da provvedimenti reazionari, dal Ddl Valditara contro l’educazione sessuo-affettiva, al Ddl Bongiorno che costringerebbe le vittime di violenza sessuale a dover dimostrare di essersi opposte e di aver detto di no.
Questo è il vero paradosso. L’attacco diretto ai diritti di noi donne e persone queer ci mette in allerta e ci spinge a rimanere vigili e compatte per un utilizzo consapevole del linguaggio e delle rappresentazioni della violenza di genere in tutte le sue forme. Ci auguriamo che il Carnevale possa tornare a essere luogo di ribaltamento e audacia, non la sfilata di una narrazione stanca che, per comodità e consenso, silenzia chi subisce violenza sotto il peso di una satira che non graffia, ma ferisce.
Il testo nasce da una scrittura collettiva tra il Collettivo Ortica e alcune persone che hanno contribuito direttamente alla sua elaborazione: Angela Capotorto, Claudia Castellana, Chiara Cisternino, Michela Colaprico, Teresa Delfine, Alex Impedovo, Marisa Liuzzi, Erica Mastrangelo, Eligia Napoletano, Alice Valenza.