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16 ottobre 2026 | 19:45
Cultura e Spettacolo Rutigliano

8 Settembre 1943: il grande “No” degli IMI

L’8 settembre 1943 rappresenta uno dei momenti più drammatici e cruciali della storia d’Italia. Con l’annuncio dell’armistizio siglato dal governo Badoglio e dal generale Eisenhower, si consumava la fine dell’alleanza con la Germania nazista, resa inevitabile dall’impossibilità di proseguire una lotta sproporzionata e dal desiderio di risparmiare ulteriori sciagure al Paese. Ma l’8 settembre segna anche l’inizio della Resistenza italiana che non si combatté soltanto sulle montagne con le armi in pugno, ma visse e soffrì anche nei campi di concentramento nazisti attraverso il sacrificio di centinaia di migliaia di militari italiani.

Dopo l’annuncio della resa, la reazione tedesca fu spietata. Considerati disertori o franchi tiratori, molti soldati e ufficiali italiani vennero giustiziati sul posto, come avvenne nel massacro di Cefalonia. Circa 800mila militari furono catturati; per poterne sfruttare il lavoro privandoli delle tutele della Convenzione di Ginevra del 1929 sui prigionieri di guerra, Hitler – con la complicità di Mussolini – inventò per loro la figura penale e burocratica di “Internati Militari Italiani” (IMI).

Nei lager tedeschi, sottoposti a condizioni disumane, fame, malattie, lavoro forzato e torture continue, agli IMI venne offerta a più riprese una via d’uscita: la libertà in cambio dell’adesione alla neonata Repubblica Sociale Fascista di Salò e del ritorno al fronte al fianco dei nazisti. Fu in quel momento che si compì uno degli atti collettivi di coraggio più straordinari della nostra storia: ben 650mila soldati scelsero di dire NO.

Un “NO” pronunciato in nome della propria libertà di coscienza, di opposizione al fascismo e di rifiuto di imbracciare di nuovo le armi contro altri fratelli italiani, nell’auspicio e nel sogno della pace. Un “NO” pagato a caro prezzo: oltre 50mila di loro non fecero mai ritorno, uccisi dagli stenti, dalle epidemie e dalle esecuzioni.

Tra quei 650mila giovani c’era anche il giovane rutiglianese Francesco Dello Spirito Santo, classe 1911, un capo segnalatore della Regia Marina, in servizio su una nave da guerra a Patrasso, in Grecia. Deportato in Germania venne internato nel campo di concentramento di Luckenwalde, dove resistette per due lunghi anni (dal 1943 al 1945) tra vessazioni e privazioni estreme, sostenuto unicamente dalla propria dignità.

In Italia, mentre il Paese veniva finalmente liberato il 25 aprile 1945, di lui non si avevano più notizie. La moglie, Maria Mastrorillo, angosciata si rivolse tramite la parrocchia locale agli uffici del Vaticano, all’epoca in prima linea nella ricerca dei dispersi di guerra. La svolta arrivò nel giugno del 1945 con un telegramma inaspettato firmato da Mons. Giovanni Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI, che confermava che il giovane marinaio era salvo a Berlino, pronto a riabbracciare i suoi cari, pur segnato nel corpo dalla fame e dalle sofferenze.

Oggi, a distanza di decenni, ricordare gli IMI non è un semplice esercizio di retorica o una mera ricorrenza del calendario. È un dovere morale verso chi ha sacrificato la propria giovinezza e la propria vita per porre le basi della Repubblica e della democrazia.

Il loro rifiuto fu il primo grande mattone della ricostruzione morale dell’Italia. Ricordare il loro sacrificio significa rinnovare ogni giorno il monito “Mai più fascismo”, vigilando contro ogni rigurgito illiberale o autoritario, anche quando si maschera sotto le forme del terzo millennio o siede nelle istituzioni democratiche.

Il ricordo odierno è stato fatto tramite i social network da Tommaso Dello Spirito Santo, figlio del su citato Francesco, che con il fratello Mario da anni lavora per ricostruire la storia del padre affinchè, attraverso la sua narrazione, si possa contribuire a che quegli orrori non si ripetano mai più.

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