Ex Ilva, l’ultima elemosina
Ieri la Camera ha approvato i nuovi aiuti finanziari per l’ex Ilva, che riguardano principalmente il siderurgico di Taranto. Si tratta di altri 150 milioni necessari per mantenere in vita la più grande acciaieria d’Europa. Altri soldi dello Stato per l’ex Ilva, quindi.
Ma quanto è costata finora l’ex Ilva agli italiani dal 2012, anno del primo sequestro del siderurgico di Taranto ordinato dal Gip per disastro ambientale, ad oggi? In 13 anni e mezzo, secondo uno studio pubblicato in questi giorni da Assonime, un ente che da oltre un secolo studia e regola il rapporto fra industria e pubblica amministrazione, il salvataggio dell’ex Ilva, compreso il finanziamento di ieri, è costato allo Stato 3 miliardi e 600 milioni.
Soldi pubblici, cioè dei cittadini, serviti per togliere l’Ilva ai privati, che inquinavano, e cercare di mantenerla in vita con l’intervento pubblico, in attesa di una soluzione ambientale e industriale. L’intervento pubblico è certamente servito, almeno per ridurre l’inquinamento. Ma il futuro del siderurgico, sul piano industriale, col passare degli anni è diventato molto incerto, insieme a quello di circa 10mila lavoratori.
Prima ci ha provato lo Stato a rilanciarlo, poi è stato venduto agli indiani, adesso è tornato nuovamente in mani pubbliche. Lo Stato continua a metter soldi, ma non si intravvede una via d’uscita. Nel dibattito che si è svolto in parlamento è stato detto che i soldi stanziati ieri saranno l’ultimo aiuto pubblico all’ex Ilva.
Nel frattempo, però, 3 miliardi e 600 milioni si sono volatilizzati solo per garantire un po’ di ossigeno all’occupazione e tenere in vita impianti ormai in gran parte spenti e obsoleti. E senza alcuna prospettiva concreta di rilancio, se non un’offerta americana che il Governo sta ancora valutando e un impegno ideologico sulla decarbonizzazione.
Flacks Group vuole acquistare l’ex Ilva ad un euro, ma promette di mettere sul tavolo 5 miliardi per il suo rilancio e garantisce subito 6000 posti di lavoro, ed 8mila a pieno regime. Vuole però come partner lo Stato almeno al 40 per cento. Il proprietario Michael Flacks in una recente intervista ha detto che la sua specialità è quella di far resuscitare aziende decotte. Più sono in ginocchio, più lo attizzano. Ecco perché vuol prendersi l’ex Ilva.
Ma è la stessa ragione per la quale i sindacati diffidano di lui. Una fabbrica che produce acciaio non è, con tutto il rispetto, un salumificio. Senza le competenze necessarie diventa un problema rilanciarla.
Insomma, dopo 13 anni, sembra di essere al punto di partenza. Fra indecisione pubblica, tentativo di chiusura operato dagli indiani, e promesse americane da luna park, l’ex Ilva resta un gigante sempre più in sofferenza. Respira con affanno ed è quasi immobile. La nuova elemosina statale rischia di essere l’ultima. Ma potrebbe anche essere quella definitiva.