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Senza una speranza riformista

MOLA – 23715_100257750012493_100000848046224_5116_2414679_nC’è un fil rouge che unisce i vecchi, quelli della Ricostruzione post-bellica, e i giovani d’oggi, inquadrati nell’epoca che potremmo tornare a definire di Grande Crisi: è il ritorno della questione sociale, con cui gli uni sono già stati e gli altri sono e saranno chiamati a fare i conti. E’ cambiato però, nel tempo, lo scenario: di aspettativa e rinascita, allora;  di disperazione e di desolazione, oggi. Conti, poi, che sono assai diversi per le due generazioni: quella  dei padri, i baby boomers degli anni 50/60 del secolo scorso (in larga parte  ancora oggi classe dirigente, con larghe responsabilità nella crisi di sistema attuale) e quella dei figli, che certamente ereditano una situazione politica e socio-economica in cui sembra persa ogni speranza riformista. Ciò marca una reale  diversità tra modelli di sviluppo e prospettive, in un panorama contingente di identità smarrita: siamo allo smantellamento del vecchio modello sociale, senza alcuna previsione, almeno nel breve periodo, di radicali e necessarie riforme e per giunta, in un quadro di  democrazia commissariata, se non proprio sospesa. “Noi non siamo la Grecia”, spesso ci ripetiamo, eppure la Grecia è molto più vicina di quanto solitamente reputiamo,  soprattutto per noi, qui nel Mezzogiorno, ove già si stanno scaricando gli effetti sociali drammatici  di disoccupazione di massa e nuove povertà. Già, la crisi vista dal Sud mostra tutti i liniti di un’analisi globale insufficiente, che prescinde dalle vecchie  disuguaglianze e non risale alle sue cause più profonde e disvela un approccio con limiti preoccupanti, ma soprattutto non tiene in alcun conto il mancato sviluppo di oltre un secolo e i tanti programmi e idee fallite. Si avverte prepotente l’esigenza di rilanciare un impianto istituzionale che sappia affrontare le disparità regionali di sviluppo e competitività, al fine di garantire la tenuta del sistema e il suo consolidamento, fondato su nuovi equilibri istituzionali e politiche pubbliche a sostegno della domanda e dell’occupazione. Di fronte alla prospettiva di una lunga spirale recessiva necessita recuperare la questione sociale e porla al centro dell’iniziativa e dell’identità democratica. Parole (e fatti) come SOLIDARIETÀ,  LAVORO , SALUTE, AMBIENTE, ISTRUZIONE E CULTURA, DIRITTI E CITTADINANZA, PARI OPPORTUNITÀ, PARTECIPAZIONE devono tornare a primeggiare nell’agenda politica. Mi chiedo: basta solo un’azione nazionale? Ritengo sia un’impresa in cui non si basta per definizione e senza un’azione politica comune in Europa difficilmente si raggiungerebbero risultati apprezzabili. E ancora non basterebbe. Siamo, o no, nel “villaggio globale” ipotizzato da McLuhan?  Ebbene, se vogliamo onorare il nostro dettato Costituzionale, fondato sul lavoro e l’uguaglianza sostanziale, anche facendo i conti col mondo che s’è guastato, ci basterà  accompagnare  chi, nella crisi, sta tentando non solo di resistere, ma di riformare cercando la via di nuovi, possibili compromessi tra democrazia e capitalismo sia su scala europea, sia nel più vasto palcoscenico mondiale. Quanto sta avvenendo in queste ultime settimane in Europa, Francia e Germania in primis, di fronte alla prospettiva di una lunga spirale recessiva, è proprio la ricerca di nuove vie per rilanciare la solidarietà e il sostegno allo sviluppo, ancorchè richiudersi sull’economia fine a sé stessa. Ciò si sta realizzando da fronti interni opposti ai Governi in carica e per mano di quei partiti  che , ci riescano o no, un nome ce l’hanno: sono i socialisti. Proprio quelli che in Italia mancano.

Vittorio Farella

© Riproduzione riservata 21 Marzo 2012